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STORIES – PALINSESTI DAL CARCERE

Un rosario, vida loca, pistole e proiettili, freedom, nomi di donne e di nonne, kiss my love, pochi numeri e quei pochi usati come confessione: per esempio un 90 impresso sulla spalla, e nella smorfia il 90 simboleggia la paura. Tacite regole in prigione: parlar poco, semmai esibire. Così i muscoli vanno gonfiati e il corpo coltivato perché racconti. Luci basse nel bel teatro scelto per location, il tecnico di studio, un sudamericano naturalmente palestrato, concentrato e rigoroso, collega spine e srotola fili e sposta luci obbedendo al fotografo fin quando quest’angolo di prigione è pronto. I detenuti si spogliano, i detenuti svelano. Carcere modello di Bollate, hinterland di Milano, struttura all’avanguardia. Una manciata di ore in cella, un programma intenso di attività, il sovraffollamento ovunque altrove straripante qui arginato, anzi assente. Abbondano redazioni, laboratori di sartoria, call center per le aziende, il maneggio, la serra, spettacoli, dibattiti, letture. Un laboratorio sperimentale. Di storie. E le storie, in galera, hanno l’alfabeto dei tatuaggi.
Spiega Massimo Conte, dell’Agenzia di ricerca sociale Codici, che nel mondo criminale i tatuaggi sono di due tipi: quelli che appunto descrivono un fatto biografico, qualcosa che è accaduto a te, al tuo uomo, alla tua donna, ai tuoi figli; e poi ci sono i segni dalla doppia strumentalità, la prima convogliata all’interno per sancire un legame di appartenenza/solidarietà, la seconda volta invece all’esterno per comunicare agli altri. Comunicare cosa? Fuck the police ripete il detenuto Daniele quasi fosse un ritornello rap. Lui giura che il tatuaggio-insulto, fatto a diciott’anni, se l’era promesso da bambino. «Mio papà era un pregiudicato. Lo uccisero in un agguato. Ricordo gli agenti, salirono in casa. C’eravamo io e mia mamma. Guardarono lei, annunciarono il cadavere riempito di spari. E dissero: “Signora condoglianze, ma sappia che per noi è semplicemente uno in meno. Si voltarono e se ne andarono”». La furia della strada, le derive della malavita, il linguaggio della violenza. Ma alla lunga la rabbia s’indebolisce, viene schiacciata. Entra nel tempo dei nuovi simboli da tatuare: velieri, farfalle. Indicano libertà, speranza di vita buona. Sono in qualche modo promesse fatte a se stessi negli anni da reclusi.
Luca ha quasi quarant’anni, un passato lontanissimo che lo commuove (i nonni perseguitati che lasciarono in fretta l’Iraq e finirono a Milano) e un presente da fine pena chissà quando. Ha l’aria d’uno che riuscirebbe a spaccare i palazzi a mani nude. Dice: «In prigione ogni giorno è una battaglia. La galera o t’affonda o ti tira fuori il meglio». Un muro di disegni difficile da sgretolare: scorpioni, aquile, leoni, spade, pugnali si inseguono su toraci e schiene, si annidano in caviglie, dorsi dei piedi, polsi, dita, risalgono sulle tempie, s’inchiodano al cuore.
Figlio d’un carabiniere e di una famiglia modello, Matteo è stato un bandito. Quelli dalle gambe leste e dagli occhi che ordinano. Banche, istituti postali. Dice che viene sempre il figlio a trovarlo, nelle ore di permesso, nessun altro familiare. «Ha quattordici anni. Inizia a sbarellare un po’. Cattive frequentazioni, strane idee per la testa. “Ehi, smettila con le cazzate”, gli ordino. Mi ride in faccia. “Proprio tu parli?”». Le età e le fasi della vita, il dentro e il fuori, chi avanza e chi arretra. Dice Andrea che per tatuaggio ha scelto l’immagine di un figlio che prende la mano di un padre. «Il mio bimbo era appena nato. Due ore dopo già mi arrestavano, stavo andando in ospedale. Non sono nemmeno riuscito a prenderlo in braccio».
E di nuovo non rimane che lasciar impressi i segni. Ecco. Nel suo caso è una frase che si mangia centimetri di pelle, e che è una promessa se non già una sofferta, colpevole scusa in anticipo: «Non sarai nessuno per il mondo ma per me sei il mondo».

Andrea Galli e Gianni Santucci
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